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CONFCOOPERATIVE REGGIO EMILIA IN ASSEMBLEA. IL VESCOVO: RISCOPRIRE IL SENSO DEL LAVORO

Nell'ultimo biennio l'organizzazione ha registrato una crescita del 3,2% degli occupati saliti a quasi 17.000 unità

CONFCOOPERATIVE REGGIO EMILIA IN ASSEMBLEA. IL VESCOVO: RISCOPRIRE IL SENSO DEL LAVORO

"Quella che stiamo vivendo è una stagione di insolita durezza nei confronti della cooperazione, ma Confcooperative Reggio Emilia non è nè arrabbiata, nè impaurita, nè remissiva: al contrario, questo è il momento in cui, così come va fatta chiarezza sulle ragioni delle situazioni di crisi e sulle loro conseguenze, analogamente vanno rilanciate le buone ragioni della cooperazione e i fatti concreti che genera in termini di lavoro, di regolarità della competizione, di inclusione lavorativa e sociale, di servizi alla persona e partecipazione ai processi economici da parte di lavoratori e piccoli imprenditori che hanno il territorio e le comunità locali come punto di riferimento per generare ricchezza e coesione". E' questo uno dei messaggi centrali lanciati dal presidente di Confcooperative, Matteo Caramaschi, all'Assemblea provinciale della centrale cooperativa, alla quale sono intervenuti il Vescovo Massimo Camisasca, il presidente regionale di Confcooperative Emilia-Romagna, Francesco Milza e il direttore nazionale di Concooperative, Fabiola di Loreto. 

Un'assise che si è avviata parlando proprio dei risultati della cooperazione (e su questi si è articolato l'intervento di Pierpaolo Prandi dell'Ufficio studi di Confcooperative), che tra il 2008 e il 2015 in Italia ha aumentato l'occupazione del 6,1% (nel Paese si è perso, nello stesso periodo, l'1,7% degli occupati) e che ha incrementano del 12,7% il valore della produzione. 

La relazione di Caramaschi ha comunque evidenziato anche le difficoltà e le insidie che ancora ruotano attorno alla cooperazione e all'economia locale. 

Tra queste, il presidente di Confcooperative (che nell'ultimo biennio ha registrato una crescita del 3,2% degli occupati) (con gli occupati saliti a quasi 17.000 unità) ha richiamato il permanere di situazioni di irregolarità del lavoro (che falsano la competizione - ha detto - e vengono spesso pagate dalle cooperative nei settori a più alta densità d'occupazione), dell'aumento di start up spesso unicamente funzionali a business che si generano altrove, di una cultura generale che non genera aggregazione, ma anche del possibile uso strumentale della cooperazione e di una capacità di fare sistema che deve crescere ancora. 

Una relazione, quella di Caramaschi, molto incentrata sui valori fondanti l'esperienza cooperativa e che ha proposto al Vescovo temi di riflessione legati al lavoro, ai fini dell'impresa, al profitto e al dove e come la Chiesa vede il futuro della cooperazione. 

Una risposta, quella di mons. Camisasca che ha espresso una forte vicinanza alla cooperazione ("sentite il mio sostegno e il mio incoraggiamento" - ha detto), accompagnata dal richiamo al forte senso di responsabilità che è chiamata ad esprimere su più fronti. Tra questi, l'impegno "a ridare alla nostra gente il gusto e la passione del lavoro (troppo spesso vissuto come condanna), del costruire e del lavorare insieme, perchè senza questo gusto e senza la riscoperta del senso del lavoro non ci può essere ripresa da nessuna parte, perchè verrebbe meno il senso dell'appartenenza ad un popolo e della responsabilità sociale che sta in una consapevolezza comunitaria". 

Proprio qui, ha aggiunto il Vescovo, la cooperazione ha insegnato molto, e deve ritrovare quelle origini e quelle ragioni che stanno nella bellezza dello stare insieme. 

A proposito di profitto e di risparmio, mons. Camisasca ha parlato, anche qui, di una responsabilità alta da esprimere nell'uso delle risorse (esplicito il riferimento all'autofinanziamento - n.d.r.) e nella condivisione degli utili, che solo l'imprenditore che non ha coscienza di appartenere ad una storia comune non vuole condividere. 

Ma non ci sarà futuro se non ci sarà un cambiamento: l'economia - ha concluso il Vescovo - va ridisegnata dal basso, e oggi - così come evidenziano le condizioni in cui sono nate e sulle quali si è sviluppata la cooperazione nelle sue grandi matrici cattolica e socialista - si può dispiegare una grande forza creativa. 

Una forza - ha sottolineato il presidente di Confcooperative Emilia-Romagna, Francesco Milza - che sarà tanto più grande e incisiva quanto più sarà alto il coinvolgimento e la partecipazione delle imprese alla vita dell'associazione e quella dei soci alla vita delle cooperative, perchè sono proprio loro gli unici proprietari dell'impresa. 

Un socio presente, cosciente e partecipe, come ha ricordato il direttore nazionale di Confcooperative, Fabiola di Loreto, riferendosi al dibattito dei padri costituenti che portò alla scrittura di quell'articolo 45 della Costituzione che riconosce la cooperazione come realtà che assolve ad una funzione sociale. Proprio per questo - ha aggiunto - è sterile il dibattito sulle dimensioni delle cooperative, perchè la questione centrale è la qualità delle imprese. Fabiola Di Loreto ha ricordato, tra l'altro, che nella sanità sono 7 milioni le persone che ricevono servizi dalle cooperative: servizi non assicurati dallo Stato per ragioni economiche e inaccessibili attraverso una sanità privata che pochi possono permettersi. Il direttore nazionale di Confcooperative ha poi concluso sottolineando che il futuro della cooperazione risiede in una discontinuità che consenta di cogliere le sfide dell'innovazione e nella fedeltà ai valori originari: su questo - ha detto - lavora Confcooperative, per riaffermare il lavoro della cooperazione autentica e rilanciarne quella dignità e quell'orgoglio che nascono dalla centralità assegnata alla persona e nella funzione sociale concretamente espressa.