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EMILIA ROMAGNA: LO STRUMENTO COOPERATIVO SALVA OLTRE 1.200 POSTI DI LAVORO CON 56 NEW COOP

 

L'Alleanza regionale delle Cooperative sottolinea il valore aggiunto di questo modello, collante straordinario e alternativa concreta all'esclusione sociale

EMILIA ROMAGNA: LO STRUMENTO COOPERATIVO SALVA OLTRE 1.200 POSTI DI LAVORO CON 56 NEW COOP

“L'imprenditorialità cooperativa rappresenta un valore aggiunto per il mondo del lavoro e per la società, perché si pone come un modello di impresa accessibile e realizzabile, un collante straordinario, un'alternativa concreta alla emarginazione e all'esclusione sociale, un'occasione per restituire dignità a molti lavoratori e alle loro famiglie”: è quanto afferma Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna, commentando i dati presentati oggi sulle nuove aziende nate in questi anni sul territorio regionale da imprese spesso in difficoltà economiche, di mercato o senza ricambio generazionale. In tutto 56 nuove cooperative, di cui 33 di Confcooperative e 3 unitarie, che hanno consentito di salvare ben 1.200 posti di lavoro grazie ai  workers buyout, ovvero quei lavoratori che hanno potuto trovare una nuova occupazione attraverso la costituzione di una nuova società operante nello stesso settore di quella da cui provenivano o acquistando, assieme ai colleghi, l'azienda in cui erano dipendenti”.

Il fenomeno – come è stato ricordato nel corso dell'incontro “Workers buy out: mestieri, competenze, lavoro. Storie di nuova cooperazione” tenutosi in Regione e promosso dall'assessore alle Attività produttive, Palma Costi, in collaborazione con le centrali cooperative emiliano romagnole – ha origine fin dagli anni Ottanta”.

“Dal 2007 ad oggi – ha proseguito Milza – ha registrato una costante ascesa, fornendo una risposta ai tanti casi di crisi aziendali che si sono verificati sul nostro territorio”.

L'esperienza ha riguardato pressoché tutte le province, con un picco a Forli-Cesena con 30 new coop (2 a Rimini, 8 a Reggio Emilia, 3 a Ravenna; 1 a Parma, 4 a Modena, 2 a Ferrara e 6 a Bologna) interessando diversi settori produttivi: il 5% nel settore agricoltura; il 60% nell'industria (quasi la metà nell'edilizia); il 35% nei servizi. Dietro a queste realtà ci sono storie di donne e uomini che si rimboccano assieme le maniche e diventano artefici del proprio lavoro, ma anche storie di imprese che come l'Araba Fenice dalle ceneri di una crisi economica (o dalla mancanza di un ricambio generazionale) risorgono nei mercati globali.

Dalle new coop nate in questi anni emerge un nuovo desiderio di fare e costruire, una rinnovata volontà di non farsi sopraffare dalle difficoltà finanziarie e di mercato, una tenace intenzione a voler ricominciare a produrre, magari in un altro settore, o iniziare una attività tenendo conto dei valori del territorio.